_________________ Questo blog non rappresenta una testata giornalistica (ed infatti si vede) ma un mezzo per giocare con le parole e tenere allenato il cervello. Con l'unico potere che mi è stato donato, cerco di partorire storie che hanno un fondo di verità ma non completamente. Se qualcuno dovesse sentirsi preso in causa o offeso, gli consiglio di abbassare la cresta perchè io me ne lavo le mani.
PS: non è importante il cosa ma il come. _________________
Il concetto di completezza oggi mi assilla più del solito. La mia, la nostra enciclopedia mi suggerisce che completezza, “nella logica matematica, esprime il fatto che un insieme di assiomi è sufficiente a dimostrare tutte le verità di una teoria…”. Questo vuol dire che esistono delle condizioni oggettivamente vere che ci portano ad una verità.
Quali potrebbero considerarsi assiomi nella nostra vita?
Che esistono l’uomo e la donna dalla cui unione nasciamo?
Che il tempo va avanti e non indietro?
Ma se osserviamo nella vita di tutti giorni, di assiomi ce ne sono tantissimi: gli assiomi della vita, della soggettività sono le piccole certezze che ti danno il senso di completezza; certezze tali per te, assiomi al singolare; il mio assioma, il tuo assioma.
Ho la certezza di aver visto un’anziana uscire da un supermercato deserto all’una di domenica mattina. Ma allora perché mi stupisco?
Mi stupisco perché ho fatto di un’esperienza percettiva, una certezza cognitiva ma il mio sistema di assiomi di vita mi dice che c’è un rumore: che cosa può aver spinto quella signora a recarsi al supermercato per la spesa (tra l’altro misera) a quell’ora invece di stare a casa, magari con la famiglia, a pranzare guardando raiuno?
Il rumore diventa stupore. Lo stupore diventa amarezza. L’amarezza diventa certezza.
In questo periodo di interrogativi esistenziali, restringo il campo all’impercettibile dualismo pari/dispari.
A volte sento la necessità di polarizzare i pensieri, di minimizzare la sapienza medica in un bugiardino sempre in tasca all’occorrenza.
Noi non vediamo il pari e dispari ma ne osserviamo gli effetti: due animali che si accoppiano sono pari; dopo qualche mese, probabilmente dispari.
Oppure quei vizi (come altro definirli) a cui si lascia andare l’uomo: la sigaretta dopo il caffè o dopo il sesso, la lettura prima del sonno, l’aereo e il panico. Tutti elementi pari, accoppiati come spennellate di calzini stesi al sole.
Come dice, più o meno, una scrittrice “abbiamo bisogno del pari: due poltrone nell’angolo, due soprammobili armoniosi ai lati”. Ci sentiamo appagati nel concepire uno spazio (o un pensiero) in relazione al proprio pari.
Poi c’è anche chi non riesce, inconsciamente o meno, ad accettarne l’essenza: chi disprezza la vita di coppia, chi non fuma (e quindi “non puoi capire”), chi mangia la nutella assoluta e chi, volutamente, fa figli in modo egoistico (figlio unico o figli che, per la differenza d’età, non saranno mai fratelli).
Mobilia e oggettistica a parte, credo di avere un attaccamento inconsapevole e inspiegabile al dispari: gli anni dispari mi mettono meno tensione, forse perché li associo ai colori freddi del cielo e del mare. Mi piacciono le mani e i piedi: trovo che “cinque” sia il numero di dita perfetto perché puoi stringerle in pugni, afferrare un braccio o un mondo.
E due occhi non mi bastano: ce ne vorrebbero almeno altri tre per guardarmi alle spalle.
L’anatomia non mi basta per arrivare all’armonia perché, per sentirmi in pace, devo poter percepire tutto quello che mi sta intorno.
E, allo stesso modo, pari è chi ha raggiunto l’obiettivo, chi ha messo a tacere il moto, chi non deve scalare ma rimanere in pianura.
Io devo poter sentire l’onda che, dal blu, mi travolge. Il verde ossessivo delle striature di una foglia. Il battito irregolare.
E, così, cercare il mio pari per raggiungere l’uno.
"...C'è talmente tanta umanità in questa capacità di amare gli alberi, talmente tanta nostalgia dei nostri primi stupori, talmente tanta forza nel sentirsi così insignificanti in mezzo alla natura... sì, è proprio questo: l'evocazione degli alberi, della loro maestosità indifferente e dell'amore che proviamo per loro da un lato ci insegna quanto siamo insignificanti, cattivi parassiti brulicanti sulla superficie terrestre, dall'altro invece quanto siamo degni di vivere, perchè siamo capaci di riconoscere una bellezza che non ci è debitrice."
Il patto che sottoscrivono i genitori quando nasci è chiaro: stai nascendo, vivi la tua vita costellata di eventi dolorosi e non, poi muori.
Gesto egoistico che priva il nascituro, poi diventato essere pensante, di poter vivere già vivendo; di possedere la consapevolezza, il realismo, la maturità, se si vuole, di affrontare le scelte e gli eventi dolorosi limitando la crisi emotiva.
Nel patto dei genitori, io credo, dovrebbe includersi anche la responsabilità di preparare un figlio al dolore, al compimento della vita come una serie di eventi quasi mai positivi.
Sicuramente non sarà come viverli, ma risparmieresti senz’altro il tempo dell’ambientazione, la presa di coscienza,la messa a fuoco e, quindi, la fiammata.
Sì, bisognebbe vivere nell’ansia e nella veglia, ugualmente umane quanto la pace e la soddisfazione; non privarsi del nero vivendo esclusivamente di bianco. Riconoscere il bianco e riconoscere il nero. Annientarsi nel bianco quanto nel nero.
E’ un dolore nel dolore scoprire quanto sia lancinante una ferita che non sia amorosa (l’unica della quale i genitori non possono farci niente); quella sensazione di dignità strappata e gettata letteralmente tra i denti affilati di una bestia inumana.
Io devo sapere che cos’è la dignità e che cos’è la morte.
E che cosa sono il silenzio e l’intimità di quel momento.
Devo sapere che chi grida non sta recitando e che anch’io potrei aver bisogno di grida e silenzio.
Finalmente il giardino può respirare un’aria nuova: l’aria della primavera, della nuova vita che si sradica dalla terra e si staglia verso l’alto. Quella stessa vita che si è arrampicata, inconsapevole ed innocente, alla morte rischiando di morire essa stessa. Come un bambino che ha fame e l’unica cosa a cui può aspirare è il latte di una madre malata.
Stamattina mi ha svegliato un tonfo, un rumore netto e istantaneo ma dalla lunga scia di assestamento: la porta e le finestre hanno tremato e, lo confesso, anche il mio battito ha accelerato fino a farsi sentire in gola.
Il segno evidente che la palma non c’era più.
Abbattuta, fatta a pezzi, annientata. E con lei, i figli che ne avevano goduto; gli insetti e le rampicanti rassegnatesi all’appassimento.
E’ la morte che fa di un essere vivente il ricordo dei giorni dell’infanzia e, ancora peggio, un inetto e inanimato soprammobile. Triste, silenzioso, all’apparenza utile. Ma vuoto, mangiato dentro. Bagnato da pioggia invisibile e, poi, imperturbabile di fronte al sole.
Come lo scheletro di una casa disabitata da secoli in cui nemmeno l’eco riesce a vivere.
Ed attorno un manto verde di speranza, di adolescenza, di profumi. Margherite e graminacee inutili scoprono di avere il ruolo più importante: impedire alla morte di spezzare il ciclo della vita.
Per l'ennesima volta ti trovi di fronte una persona che non conosci affatto ma da cui dipende il tuo futuro prossimo o quantomeno quell'intervallo di tempo tra sieda pure e arrivederci e tu in quel saluto ci vedi solamente addio e ma chi ti vuole più vedere.
Quella persona senza la quale non puoi arrivare alla vetta, come il vuoto tra un gradino e il successivo in cui puoi puoi inciampare o restare impigliato con la punta delle scarpe.
Eppure ti saluterà definitivamente, batterà il tuo percorso come il secondo di mezzanotte.
E col giorno nuovo ti sembrerà tutto così lontano: rinnegherai anche l'ovvietà e la legittimità dell'ansia.
Ennesima istantanea di occhi tangenti, di parole distanti già in partenza, di numeri dimenticabili che si dissolvono nell'anonimato.
Sto per lasciare la scuola che mi ha accolto per ben quattro anni.
Ricordo il primo giorno di scuola attaccata dal vestito della mamma e avevo vergogna. Poi a poco a poco mi abituai perchè conobbi la maestra e i miei compagni. Tra poco dovrò affrontare l'esame di licenza elementare. Ricordo tutto come se fosse avvenuto ieri, avevo il mio primo grembiulino blu col colletto bianco. La maestra mi ha tenuto come sua alunna fino alla quinta. Adesso mi dispiace lasciarla e lasciare i miei compagni. Forse quando andrò alle medie incontrerò qualche mio amico e mi ricorderò dei giorni trascorsi insieme. In questi anni ci siamo aiutati gli uni con gli altri e ci siamo voluti bene. Anche quando sarò grande non dimenticherò mai la maestra che ha fatto tanto per me, mi ha seguito con amore e pazienza. Lasciare la scuola elementare significa abbandonare il mondo dei giochi per entrare in quello più serio e pieno di responsabilità; significa dire addio alla stagione più bella della nostra vita.
"Pochi oggetti risvegliano quanto il libro il sentimento di assoluta proprietà.Caduti nelle nostre mani,i libri diventano i nostri schiavi - schiavi,sì,perchè di materia vivente,ma che nessuno si sognerebbe di affrancare,perchè fatti di fogli morti.Come tali subiscono i peggiori maltrattamenti, frutto dei più folli amori o di tremendi furori. Eccoti le orecchie alle pagine (oh! che ferita, ogni volta, la vista della pagina con l'angolo piegato! "Ma è per sapere dove sono arrivatoooo!"), eccoti la tazza di caffè sulla copertina, quelle aureole, quei rilievi di pane e burro, quelle macchie di olio solare...eccoti un po' dovunque l'impronta del pollice che riempie la pipa mentre leggo...eccoti la Pléiade che asciuga miserrima sul termosifone dopo essere caduta nella vasca dove facevi il bagno ("il tuo bagno,cara,ma il mio Swift!")... e quei margini scarabocchiati di commenti fortunatamente illegibili, quei paragrafi aureolati da pennarelli fluorescenti..."
"..."
"Di tutto, ai libri facciamo subire di tutto. Ma solo il modo in cui gli altri li maltrattano ci ferisce...
Non molto tempo fa ho visto con i miei occhi una lettrice gettare dal finestrino di un'auto in corsa un grosso romanzo: l'aveva pagato troppo caro, fidandosi di critici competenti, e poi ne era rimasta delusa. Il nonno del romanziere Tonino Benacquista, dal canto suo, è arrivato al punto di fumarsi Platone! Prigioniero in Albania durante la Grande Guerra, con un avanzo di tabacco in tasca, una copia del Cratilo, (va a sapere cosa ci facesse lì?), un fiammifero... e zac! un nuovo modo di dialogare con Socrate... attraverso segnali di fumo.
Altro effetto della stessa guerra, ancora più tragico: Alberto Moravia ed Elsa Morante, costretti a rifugiarsi per diversi mesi nella capanna di un pastore, erano riusciti a salvare solo due libri: la Bibbia e I fratelli Karamazov. Da ciò, un atroce dilemma: quali di questi due monumenti utilizzare come carta igienica? Per quanto crudele, una scelta è una scelta. Con la morte nel cuore, scelsero."
"Convivere con ed accettare il disagio,un disagio".
E' quello che ti dice chi del disagio del disagio (no,non è un errore di battitura) se ne intende.
Come si fa ad accettare di avere un disagio se,nel momento in cui lo si prova,ne hai paura?Temi che ti si possa leggere in faccia "IO HO UN DISAGIO".
Ad esempio,hai una forte discussione con qualcuno al cellulare.Sei in un luogo pubblico in cui tutti pensano a se stessi o almeno è quello che ti sforzi di pensare (io,ad esempio,mi faccio sempre gli affari degli altri).
Il momento decisamente peggiore di tutta la discussione è quando attacchi il telefono e da lì si susseguono degli illusori secondi di fermezza,soddisfazione e poi di sottile ansia che diventa quasi terrore: senza quel cellulare che ti ricopre a mò di atmosfera,sei catapultato fuori dal guscio e con il disagio di dover gestire una sensazione che non si confa alla situazione,ben più pacata.
Certo,il disagio potrei pure gestirmelo ma come la mettiamo con quell'inconfondibile rossore,quell'espressione alienata e,nel peggiore delle ipotesi,quelle parole dette tanto per dire?
Chi glielo dice al mio corpo che sto facendo una figura di merda?
Io,nel corso dei miei ventisei anni,ho adottato una tecnica ancora in fase di sperimentazione e perfezionamento: qualunque cosa accada,che io abbia torto,che mi veda calpestare,che mi si scopra improvvisamente in mutande,che mi si dia dell'incapace,faccio affiorare il mio narcisismo latente autoconvincendomi di essere la più brava e la più intelligente del mondo e tutti gli altri mi devono guardare dal basso della loro inferiorità.
In fila alla biglietteria della stazione c’è una signora che deve andare a Sant’Antimo e sembra che debba andare a Milano: tacchi alti, vestito buono e aria da primadonna.
Poco prima di lei un signore dalla polo a striscione arancio/blu/gialle deve andare a Sant’Antimo ma, in quel frangente disponibile, si chiede se sia meglio salire in treno o farsela a piedi.
Già, Sant’Antimo, meta ambita da addirittura due persone...arrivarci a piedi sarebbe come vincere la maratona di New York,scenario metropolitano compreso.
Nel dubbio, meglio prendere il treno ed ascoltare i consigli di una ragazza.
Ti schiarisci la mente,per modo di dire, e segui quella ragazza che deve prendere il tuo stesso treno.
Mi esce una strana bava dalla bocca: ho sete, mi devo fare, quanto è bona la tipa, sto proprio agli sgoccioli.Si chiedeva la ragazza, osservandolo tra il perplesso e il compassionevole.
Optiamo per l’ultima e accompagnamo gentilmente il signore, la cui confusione sfiora il ridicolo, al sottopasso, spiegandogli che è lì che deve camminare, non sui binari.
Chissà che cosa c’è a Sant’Antimo...
La ragazza,lasciatasi alle spalle quel bambino di settant’anni,passeggia per Napoli.In quei momenti le passano per la mente nell’ordine: la bava biancastra, il desiderio di rifugiarsi in una chiesa, la necessità impellente di entrare nel primo bagno disponibile, dirigersi verso il mare seguendo i gabbiani (questa, però, è la più triste).
Nel dubbio, incrocia gli occhi con un hippie,o drogato o punkabestia che sia, dalle sembianze gesuite, che le sussurra “oh, sono qui”.
Un segno del destino,indubbiamente.O forse, trovandosi in una delle zone più malfamate di Napoli,un avvertimento. Oppure,semplicemente,la strafattanza.
Nel dubbio, è Lui o non è Lui, decide di credere a Napoli,a Sant’Antimo,al vecchietto e al drogato e di ritornarsene a casa.
“…Dai un nome a tutte le farfalle
E confessi al vento i tuoi amori
Danzi sola nei corridoi vuoti quando è sera…”
Relego la musica a sottofondo per scrivere meglio. In questo modo posso ascoltare la nonna che,testardamente,spazza via le foglie del glicine e,addirittura,il gatto,l’unico rimasto,in preda all’allergia.
Si solleva una nube di pulviscolo, parole nell’aria che si fermano per poi prendere la rincorsa come uno sciame d’api; arrivano alle tue orecchie e ti sbattono addosso tutta la realtà scomoda e impaziente.
E la realtà è che io sono una donna, una donna che deve pensare alla sua vita come l’autunno che rientra salutando l’estate.Consapevole di un nuovo ciclo.
“…Stringi forte al petto il tuo cuscino
E sul muro bianco si disegna
il profilo di una donna con il suo bambino
E così felice ti addormenti.”
Una settimana piacevole tutto sommato, tra alti e bassi ormonali e familiari.
Famiglia e ormoni fanno la guerra ad armi pari.
Mentre va delineandosi il futuro dei nostri rifondatori comunisti, ascolto mia madre che rifonda la credenza in salotto crollata qualche giorno fa con tutti gli affetti in porcellana.Un tonfo e via, giù in un secondo tutta la lista di nozze immacolata.
Qualcosa si è salvato: fondi blu e bianchi su tazzine dorate. "Così potrebbe andare...tanto chi le va a vedere".
Oggi per me è un giorno grigio che più grigio non si può. Pioggia che stenta a scendere,sole che stenta ad uscire,io che stento a scrivere.
Eppure ho conosciuto Max Collini, l'ho letto.
Ho ascoltato il mare sporco di Baia Domizia.
Tutta colpa degli ormoni.
"SOLARE, PAZZA, SENSIBILE anche se nn può sembrare, SCURDARELL, DOLCE DIABETICA ma ALLO STESSO TEMPO ACIDA&CAZZIMMOSA,
PASSIONALE, DIVERTENTE, KIAKKIERONA, UN PÒ DARK, PROBLEMATICA, MALIZIOSA, FRETTOLOSA, PILOTA
UN SECONDO DA DIAVOLO E L'ALTRO DA ANGELO...
SN TROPPO TROPPO LUNATIKA e VIVO TT AL 101%
POKI o forse NESSUNO MI CONOSCE FINO IN FONDO...
IO O TI AMO O TI ODIO!!!
VOGLIO SEMPRE IMPARARE QLKS DI NUOVO...
ODIO I LIMITI E KI ME LI IMPONE!!!!!!!!!!!!"
"Comunque molto presto aggiusterò la mia pagina,ma ora mi devo andare a preparare pecchè devo uscire....sciao....."
"Non esiste l'amore impossibile... la speranza è l'ultima a morire... ciò ke si vuole si ottiene.... ci devi solo credere!!!"
"......COME O FATTO A DIRTI CHE SEI PARTE DELLA MIA VITA?.....ERO PROPRIO PAZZA!....PERCHè TU SEI LA MIA VITA INTERA!...NON
SONO NIENTE SENZA DI TE......QUESTA LA DEDICO AD UNA PERSONA MOLTO SPECIALE!"
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ѕρє¢ιαℓє
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...ѕємρℓι¢ємєитє ισ..."
"Sono una napoletana verace mi piace la pizza il sole e il mare tutto cio cke và di moda io già lo portato hihihi e poi se
mi regali un paio di scarpe alla moda mi fai signora perchè le scarepe sn la mia passione... 1 bacio a tutta irc napoli...
L'AMORE E'.................
SEMPRE PAZIENTE E GENTILE NN E MAI GELOSO..L AMORE NON E MAI PRESUNTUOSO E PIENO DI SE,NN E MAI SCONTROSO ED EGOISTA NN SI
OFFENDE E NN PORTA RANCORE NN PROVA SODDISFAZIONE X I PECCATI DEGLI ALTRI NN SI DELIZIA DELLA VITA ED E SEMPRE PRONTO A
SCUSARSI E A SPERARE E DARE FIDUCIA E A RESISTERE A QUALSIASI TEMPESTA..................."
La vedo tornare a casa, mangiare e poi chiudersi dietro quella porta, dannata porta: ogni volta che provo a spingere,non riesco mai ad entrare. Devo sperare che sia semplicemente accostata.
Per poterle rubare una carezza devo aspettare circa le sette di sera perché si mette a letto e allora metto su il solito teatrino di strusciate e zompettii per attirare la sua attenzione.
Ma quant’è stupida quando, alle otto, mi prepara da mangiare!
Tutte moine e versetti…ma io voglio mangiare e basta.
In realtà sto seriamente pensando di abbandonarla.Anzi no: mi fa un po’ pena.