E’ incredibile quanto, a dispetto del famoso proverbio, l’abito faccia eccome il monaco.
Basti pensare al significato delle uniformi o ad un determinato vestiario non-vestiario.
Ma, oltre all’abito, l’oggetto fa il monaco.
Se porti con te una borsetta in cui al massimo ci entra il cellulare o un pacchetto di sigarette,è diverso da se te ne vai camminando con una ventiquattrore.
La persona da ventiquattrore viene normalmente pizzicata con insistenza da chiunque chieda elemosina o offerte per enti benefici: la ventiquattrore è il simbolo del lavoro e quindi dei soldi.
Al contrario, la baguette lascia sottintendere una giornata che ha bisogno solo ed esclusivamente di qualche banconota per lo shopping e quale tiro di sigaretta al bar; diversamente dalla sera.
Mi chiedo, se avessi avuto lo zaino, mi avrebbero fermato cinque persone per chiedermi gentilmente dei soldi? Oppure avrebbero pensato che sono una studentessa mantenuta (ciò che in realtà sono)e che non posso che avere i soldi per la merenda di ricreazione?
Forse sono in un abito che non è il mio, forse porto con me cose che non mi appartengono, forse non corrispondo esattamente alla mia età anagrafica.
Forse desidererei riportare lo zaino ed essere me stessa.
Ci sono alcuni momenti che non apparterranno mai alla storia: momenti che rimangono sempre nel presente perché seguono le sensazioni che rinascono ogni volta che la mente torna a visitarli.
Come ad esempio guardare Colazione da Tiffany un po’ tutti i giorni anche se l’hai visto anni fa.
Riassaporare, al pensiero, ogni volta, l’eleganza, la dolcezza di Moon River e riviverla come se non fossero passati tutti questi anni.
A volte tendiamo ad idealizzare un ricordo o un’immagine che abbiamo vissuto da spettatori ritardatari ma, forse, è meglio così.
Pensare che ci sia stato qualcosa di Assoluto, ci fa sentire al sicuro come quando abbracciavamo i nostri nonni. Per noi, loro non si corrodevano.
Proprio come i dolci ricordi.
C’è chi dice che l’artista è colui che,facendo esperienza delle cose, riesce a tirar fuori un’opera.
Una scultura, un’installazione, un disegno e così via.
C’è chi è convinto, quindi, che chiunque possa diventare un artista: basta avere delle mani affusolate e un’agenda ricca di appuntamenti.
E c’è chi è convinto, invece, che l’artista sia una sorta di predestinato in possesso dell’innato talento. In questo modo, potrebbe vivere rinchiuso fra quattro mura e riuscire a creare meraviglie.
Fare l'artista vuol dire, indirettamente, fare arte?
Ho idea che ci sia una sorta di cartellino astratto da timbrare, una sorta di pass da esibire.
Un livello,quasi, da superare.
Altrimenti non si spiegherebbe il successo di personalità anonime quanto i loro anonimi prodotti.
O, invece, è tutta una presa per il culo, cioè tutta una questione soggettiva nata dall’intreccio di gusto, valore, favore?
Oggi riflettevo sui rapporti.
Sui rapporti che siano relazioni, amicizie basate sulla complicità e amicizie che vanno avanti semplicemente perché di amicizia c’è solo la parola.
Riflettevo su come sia molto più semplice che un rapporto di attenzione vera, di presenza anche quando saresti impegnato in una riunione decisiva, venga troncato, piuttosto che un’amicizia nella quale non riponi che un po’ di tempo quando ne hai da vendere.
Ci lasciamo ferire e ci restiamo male per tanto tempo e, a volte, non siamo nemmeno capaci di perdonare…oppure, se perdoniamo, non ce la facciamo perché qualcosa si è rovinato.
Se non abbiamo un legame solido, siamo capaci di portare avanti un rapporto,anche in eterno,all’inverso di ciò che proviamo: ci creiamo meno problemi, siamo meno assillanti e assillati; ci preoccupiamo di meno dell’altra persona e di noi stessi.
Leggermente.
Ma quanto ancora dobbiamo sopportare ed aspettare prima di capire che cosa è meglio tener vicino e che cosa invece allontanare?
Quanto ancora vivere la notte ed assopirci alla luce del giorno?
Quanto ancora dobbiamo correre controvento?
Quanto ancora dobbiamo correre?
O abbiamo solo paura dei nostri sentimenti?
Cambiare o restare?
Correre o lasciar correre?
Ma da questa parte ci sono solo io, alla deriva.
Anche le onde si lasciano andare e mi lasciano in preda alla secca.
L’acqua mi arriva alle caviglie e, pian piano, affondo
Immobilizzato da una melodia del ricordo che tale sempre sarà.
E nemmeno una goccia
Tutto a finire lontano, nell’oceano, nella memoria.
Correre o lasciar correre?
Superare o lasciarsi sopraffare?
Ultimamente il ricordo dei miei anni che cominciano con 1 è talmente frequente che ne faccio spesso oggetto di riflessioni. Troppo spesso.
Come quando ti ritrovi di fronte ad una scelta, da sola ad un bivio (o quadrivio o anche bivio all’ennesima potenza) e vorresti un consiglio; ancora meglio sarebbe se ti si fosse data la possibilità di tastare la situazione, vedere un po’com’è!,e poi ritornare esattamente dov’eri e soprattutto com’eri.
E se per ogni esperienza ti dessero un libretto delle istruzioni?
Se avessi la possibilità di spizzicarla per poi decidere se abbuffarti o meno?
Anche adesso, ad esempio, perché non aprire la borsa e trovarci un bel tutorial tascabile?
Parlo di un vero e proprio tutorial su misura che sfida il tempo.
Se avessi saputo come comportarmi, avrei evitato di fare cazzate o anche,soprattutto, di perdere tempo.
Se si può mandare indietro un programma in diretta,se dicono che esista la reincarnazione, perché non esiste la possibilità di una seconda scelta?
Esiste un mestiere non-mestiere o meglio un lavoro-non lavoro.
[Ognuno ha diritto al piacere]
Quindi il non-lavoro non è, in questo caso,l’attività schiacciata, schiavizzata; lo storpiamento delle capacità creative, del talento; la negazione dei diritti e dei bisogni. La negazione e basta.
Lavorare non-lavorando è il lavoro ideale, quello che tutti desideriamo, prima o poi.
Per un bambino di dodici anni non è semplice capire realmente il significato del lavoro non-lavoro.
Un bambino nato nel napoletano.
Un bambino al quale sono concesse poche cose e, fra queste, non è compresa l’istruzione. Almeno non come la intendiamo noi tutti.
In certi posti, istruzione equivale a sedere fra i banchi della criminalità e farsi le ossa lì all’inizio semplicemente osservando inconsapevoli poi, raggiungendo la certezza di doversi portare a casa un bell’attestato di partecipazione.
Il processo non è complicato per loro. Crescono così,nascono così, sono già così.
La scuola è il mondo; hanno i propri compiti da portare a casa; le punizioni se non si svolgono correttamente e le ricompense.
Era così anche per lui.
Una ricompensa a settimana pur essendo riuscito a svolgere tutti i compiti in breve.
Aveva dimestichezza, furbizia ma, nonostante ciò,custodiva gelosamente i suoi dodici anni che all’improvviso ripiombavano fuori di fronte la sua ricompensa.
Gli occhi cominciavano a brillare come quelli dei bimbi la mattina di Natale.
Che cosa poteva mai farci un bambino con quei pochi spiccioli che per lui erano tanti?
Immediatamente correva al Tabacchi all’angolo di casa.
Osservava il tipo racchiuso nel suo ipercubo di balocchi (noi adulti diremmo di vizi), girava gli occhi per scegliere che cosa acquistare, sapendo di non potersi permettere tutto.
Ma lui nemmeno pretendeva tutto.
Si era talmente tanto affezionato a quel luogo, che sognava di poterci lavorare e vivere.
Il suo lavoro non-lavoro.
Il suo piccolo paese dei balocchi.
La sua favola non-favola.